Falsi miti: il sale rosa dell’Himalaya

Nel campo dell’alimentazione spesso mi capita di incontrare pazienti con pregiudizi forti nei confronti di certi alimenti e con convinzioni talmente radicate da influenzare purtroppo erroneamente la scelta del cibo da portare in tavola. La maggior parte di queste prese di posizione frequentemente viene generata da un certo tipo di stampa, ovviamente tendenziosa, che divulga servizi o articoli funzionali al committente “velato”, che ha come unico obiettivo l’incremento del proprio business commerciale.

Per sfatare uno dei tanti falsi miti, oggi vi parlo del sale rosa dell’Himalaya, prodotto di cui vengono spesso decantate proprietà pseudo-miracolose!

Tanto per chiarire subito un primo concetto, il sale rosa non è più puro del comune sale da cucina, in quanto per legge, ogni sale per potere essere commercializzato deve contenere almeno il 97% di cloruro di sodio.

In secondo luogo, il colore tipico del sale rosa dell’Himalaya sarebbe poi conferito dall’ossido di ferro che contiene, in pratica ruggine!

Le proprietà ultra benefiche di questo sale sono state portate in auge da Peter Ferreira, sedicente biofisico, che negli Anni Novanta, in Germania, parlava delle energie curative del sale himalaiano e dei suoi mitologici 84 elementi. Peccato però che l’Ufficio Bavarese per la salute e la sicurezza alimentare, una volta analizzato il sale rosa scopre che non c’è traccia degli 84 elementi. Si tratta solo di sale, cloruro di sodio al 98%!

Purtroppo, così come è accaduto per il sale rosa dell’Himalaya, il web, i giornali, la TV ci propongono spesso informazioni fuorvianti e spesso inaffidabili per cui prima di fare una scelta sul tipo di prodotti da includere nella dieta, sarebbe opportuno rivolgersi ad un vero esperto professionista della nutrizione.

Nell’epoca della globalizzazione dobbiamo necessariamente acquisire la consapevolezza che le nostre scelte soprattutto in materia alimentare hanno un determinato impatto sull’ambiente che ci circonda.

Il mio consiglio è quello di indirizzare tutti verso il consumo di prodotti locali a KM zero che arricchiscono il territorio e soprattutto contribuiscono a ridurre l’inquinamento ambientale riducendo il ricorso a trasporti lunghi e costosi via mare o via terra.

Io ho la fortuna di vivere in una città, Cesena, che è situata a pochi chilometri dalle antiche Saline di Cervia.

Il sale dolce di Cervia è un sale marino integrale in quanto una volta raccolto viene esclusivamente lavato con acqua madre, un’acqua ricchissima di oligoelementi e di sostanze naturalmente positive per l’organismo. Il sale viene poi lasciato essiccare in aia, nei cumuli di sale.

Il sale è dolce per motivi geografici, storici e naturalmente anche chimici. La posizione della salina, la più a nord d’Italia, le caratteristiche dei bacini e del mare Adriatico, fanno in modo che il sale che se ne ricava sia costituito di cloruro di sodio purissimo, con una bassa, quasi inesistente presenza di altri cloruri più amari, come il solfato di magnesio, di calcio, di potassio e il cloruro di magnesio.

La scelta di non essiccare artificialmente, né sbiancare chimicamente il sale, lo lascia integrale e ad alta solubilità. Il sale dolce di Cervia infatti non è bianchissimo, ma anzi ha in sé tutte le sfumature del rosa e del grigio che gli derivano dal percorso produttivo e anche storico. Quindi è un sale dolce e integrale, che mantiene inalterate le caratteristiche di salubrità fondamentali per la vita.

Il sale dolce di Cervia è infatti ricco di oligoelementi presenti nell’acqua madre (e utilizzati nella linea benessere) come iodio, zinco, rame, magnese, ferro, calcio, magnesio e potassio.

In qualità di Nutrizionista ricordo che le raccomandazioni sono quelle per gli adulti di non superare il consumo giornaliero di 2000 mg di sodio al giorno (5 grammi di sale).

Dr.ssa Monia Senni Biologa Nutrizionista